
PREFAZIONEIl giardino da potare
Nella prefazione compaiono due indizi. Il primo è il verbo émonder, potare: l'opera come un giardino da sfrondare, un'idea sorprendente accanto a I giardini di Elettra. Il secondo è l'accostamento di Elettra al Sessantotto, come figura della contestazione, della rivolta contro le strutture familiari e sociali: non solo vendetta mitologica, ma rifiuto radicale dell'ordine esistente. Elettra non è passiva. Anche quando soffre ha una forza verticale, non cerca di piacere né di adattarsi, preferisce il disastro alla falsità. Gli altri personaggi accettano il compromesso, dimenticano, costruiscono una normalità sopra ciò che resta irrisolto; lei rifiuta di anestetizzarsi e sente di continuo ciò che manca e ciò che è stato tradito. È ossessionata dal portare tutto alla luce, anche a costo di distruggere il mondo intorno a lei: quanto costa vedere davvero le cose, e quanto si vive grazie alle illusioni? Nei termini di Freud è più vicina alla melanconia che al lutto: nel lutto il mondo si ricostruisce dopo la perdita, nella melanconia una parte della perdita resta incorporata nel soggetto. Ma la sua lucidità non è solo patologica, perché chi vede troppo chiaramente viene spesso scambiato per folle. Il giardino aggiunge ciò che nel mito quasi non c'è: la crescita, la cura, il tempo lento. Non cancella il dolore, lo trasforma in modo organico.



